Il codice ATECO 74.11.20 riguarda le attività di progettazione di moda: è quello da valutare per chi idea collezioni, disegna abiti, calzature, gioielli, accessori e altri oggetti di moda senza svolgere principalmente confezione o rivendita. È il riferimento del fashion designer quando il cliente acquista un progetto creativo, non un capo finito.
Non va confuso con sartoria e produzione, styling e consulenza di immagine oppure vendita del proprio marchio: questi servizi possono richiedere attività diverse o codici secondari. La scelta dipende dal contratto e da ciò che viene effettivamente fatturato, non dal titolo professionale riportato sul sito.
Codice ATECO 74.11.20: quando è corretto
| Situazione | Inquadramento da verificare |
|---|---|
| Ideazione e progettazione di moda | 74.11.20 |
| Sartoria e confezione | Attività produttiva distinta dal design |
| Vendita di capi o accessori | Attività commerciale da classificare separatamente |
| Styling o immagine | Verificare il servizio effettivamente prevalente |
| Design + produzione/vendita | Possibili più codici e diverso inquadramento previdenziale/amministrativo |
Cosa comprende il codice 74.11.20
La classificazione ATECO 2025 pubblicata da ISTAT individua il codice 74.11.20 per le attività di progettazione di moda. È il riferimento naturale per chi vende soprattutto il proprio lavoro creativo e progettuale: concept, ricerca stilistica, sviluppo di collezioni, disegno di capi e accessori, specifiche di prodotto e attività analoghe di design.
Il punto decisivo è ciò che viene fatturato al cliente. Se il compenso remunera la progettazione, il codice è coerente. Se invece il reddito deriva principalmente dalla produzione o dalla vendita di beni, il solo 74.11.20 può non descrivere correttamente l’attività.
Le note ISTAT comprendono il fashion design relativo a prodotti tessili, abbigliamento, calzature, gioielli, mobili e arredi di moda, oltre ad altri beni personali o per la casa. L’attività di progettazione può consistere in ricerca di collezione, concept stilistico, disegni, scelta di linee e materiali, schede prodotto e indicazioni estetiche destinate al produttore. Non è necessario limitarsi agli abiti: chi progetta una linea di accessori o di gioielli per un marchio può svolgere design di moda, anche quando la fabbricazione avviene in un laboratorio diverso.
Conta però il risultato venduto. Disegnare una collezione di borse per un brand non equivale a cucire le borse, acquistare pellami per la rivendita o gestire un negozio. Anche nel settore dell’arredo, il design di un prodotto o di una linea di oggetti non coincide automaticamente con la progettazione di interni di una stanza: il confine va verificato osservando incarico, deliverable e destinatario del progetto.
Vecchi codici 74.10.xx: cosa cambia con ATECO 2025
Nelle guide online si trovano ancora riferimenti a vecchie codifiche della famiglia 74.10.xx, fra cui il 74.10.10 che comprendeva design di moda e industriale. La classificazione attualmente adottata è ATECO 2025: per il profilo qui analizzato il riferimento aggiornato è 74.11.20. Non basta sostituire meccanicamente le cifre in una visura: vanno confrontate attività reali e tavole di raccordo ISTAT aggiornate nel 2026, specie se una posizione comprendeva anche design industriale.
Fashion Designer e sartoria non sono la stessa attività
Disegnare un capo e produrlo materialmente sono due attività diverse. Il Fashion Designer può progettare una collezione e affidare prototipi o produzione a terzi; in questo caso il nucleo del lavoro resta progettuale. Se invece realizza direttamente capi su misura, confeziona, modifica o produce in modo organizzato, entra in un perimetro produttivo che va verificato separatamente.
Un esempio: il designer consegna a un’azienda un concept di giacca, palette colori, proposte di tessuti e schede tecniche per avviare la campionatura. Il compenso remunera la progettazione. Se invece il professionista riceve gli ordini dei clienti, taglia i tessuti, confeziona i capi e li consegna personalmente, la componente artigiana non si può ignorare. La guida al codice ATECO del sarto aiuta a distinguere l’attività produttiva dal lavoro di stilista; l’eventuale modellistica va valutata nel contesto concreto.
Per questa distinzione sono utili anche le guide dedicate alla sartoria e relativo codice ATECO e all’apertura della Partita IVA per sartoria.
Fashion Designer, styling e consulenza immagine
Lo styling per shooting, sfilate o personaggi può convivere con il design di moda, ma non coincide necessariamente con esso. Se il lavoro prevalente consiste nella selezione di capi, nella composizione dei look o nella consulenza d’immagine, il codice deve essere verificato sulla prestazione concreta e non attribuito automaticamente a 74.11.20.
È diversa la consegna di una nuova linea di abiti rispetto alla preparazione di look con capi già esistenti per una campagna fotografica. Nel primo caso il committente compra ideazione di prodotti; nel secondo può acquistare selezione, coordinamento estetico, consulenza di immagine o un servizio legato alla produzione fotografica. Anche personal shopper e visual merchandising non devono essere ricondotti automaticamente al 74.11.20: per la classificazione conta la prestazione prevalente e il risultato del lavoro.
Proprio brand e vendita di capi
Un Fashion Designer può anche sviluppare un marchio proprio. In questo caso bisogna distinguere i compensi per progettazione dai ricavi derivanti dalla vendita di capi o accessori. Se l’attività commerciale è reale e abituale, può essere necessario aggiungere il relativo codice e verificare Registro Imprese, previdenza e adempimenti connessi alla forma concreta dell’attività.
Lo stesso vale per l’e-commerce: vendere online i propri prodotti non trasforma automaticamente ogni incasso in compenso professionale di design.
Occorre guardare anche a chi acquista i materiali, chi assume il rischio sulle scorte, chi vende al consumatore e chi emette le fatture. Un designer che riceve un compenso fisso per disegnare una collezione destinata a un marchio opera diversamente da chi commissiona la produzione di cinquanta capi e poi li vende tramite un proprio shop. Il secondo modello può integrare attività commerciale abituale. Se esistono linee di ricavo autonome, vanno verificate più attività con la stessa Partita IVA e le corrette registrazioni.
Licenze, royalties e sfruttamento delle creazioni
Nel settore moda possono esistere compensi per licenze, cessione o sfruttamento economico di creazioni e altri accordi contrattuali. La loro qualificazione fiscale dipende dal rapporto concreto e non va confusa automaticamente con il normale compenso professionale fatturato per progettazione. Quando queste entrate diventano rilevanti è opportuno separarle nel contratto e nella contabilità.
Nel preventivo e nel contratto è utile distinguere progettazione su incarico, eventuale cessione dei diritti e compensi collegati alle vendite future. Un corrispettivo per l’elaborazione di dieci modelli non ha necessariamente la stessa qualificazione fiscale di una royalty sull’uso di una creazione. Le somme vanno analizzate in base ai diritti e all’attività effettivamente esercitata: il codice 74.11.20 non risolve da solo il trattamento di ogni licenza né trasforma le royalties in ricavi di vendita di abbigliamento.
Più attività: quando servono codici secondari
È possibile svolgere più attività con la stessa Partita IVA, ma ciascuna deve essere descritta correttamente. Un professionista può, per esempio, progettare collezioni per clienti e contemporaneamente vendere una propria linea. In casi simili va individuata l’attività prevalente e possono essere necessari uno o più codici secondari.
La guida su una Partita IVA per più attività approfondisce il tema generale.
Coefficiente di redditività del 78% nel forfettario
Per il profilo professionale di progettazione qui considerato, nel regime forfettario il coefficiente di riferimento è 78%. Questo significa che, su 30.000 euro di compensi, il reddito lordo forfettario di partenza è 23.400 euro prima della deduzione dei contributi previdenziali obbligatori ammessi.
Il 78% non va però applicato alla cieca a ricavi provenienti da produzione o commercio solo perché appartengono allo stesso progetto moda. La disciplina del forfettario prevista dalla legge 190/2014 richiede di raccordare correttamente attività e coefficiente. Il D.Lgs. 81/2025 mantiene transitoriamente i coefficienti della classificazione precedente fino all’approvazione dei nuovi coefficienti ATECO 2025.
Il coefficiente non è l’aliquota dell’imposta. Se il designer incassa 45.000 euro di compensi professionali rilevanti, il reddito forfettario lordo calcolato al 78% è 35.100 euro. Dalla base imponibile possono essere detratti i contributi previdenziali obbligatori ammessi, mentre l’imposta sostitutiva del 5% o 15% dipende dai requisiti del contribuente. Se lo stesso soggetto vende anche abiti e accessori, i ricavi delle diverse attività devono essere trattati secondo i rispettivi coefficienti, senza applicare automaticamente il 78% a tutto.
Il codice ATECO non decide da solo la previdenza
Il codice ATECO descrive l’attività economica, ma non basta da solo a stabilire la gestione previdenziale. Nel profilo professionale puro, senza cassa dedicata e senza organizzazione d’impresa che comporti un diverso inquadramento, può trovare applicazione la Gestione Separata INPS. Se entrano produzione, commercio o altra attività organizzata, la posizione deve essere rivalutata.
Per i professionisti iscritti alla Gestione Separata, le aliquote 2026 vanno lette nelle condizioni previste dalla circolare INPS 2026: il riferimento generale è 26,07% per chi non ha altra copertura obbligatoria e 24% nei casi previsti per pensionati o soggetti già assicurati altrove.
Prima di aprire la posizione occorre chiarire se l’attività è esercitata come libera professione creativa, impresa artigiana o commerciale e quali operazioni prevalgono. Il solo titolo “fashion designer” non attribuisce un’iscrizione previdenziale; vale soprattutto per chi realizza sia progetti sia capi finiti, gestisce personale, negozio o e-commerce. In un modello misto anche Registro Imprese e pratiche amministrative possono cambiare.
Esempi pratici di scelta del codice
- Disegni collezioni per aziende: 74.11.20 è coerente se la prestazione principale è progettuale.
- Disegni e fai produrre i campioni a terzi: il design può restare l’attività principale se non sei tu a svolgere la produzione come attività economica autonoma.
- Disegni e cuci personalmente capi su misura: va verificata anche l’attività sartoriale/produttiva.
- Hai un brand e vendi online: la componente commerciale va classificata separatamente quando abituale.
- Fai soprattutto styling: non assumere automaticamente che 74.11.20 sia il codice corretto.
Errori da evitare
- copiare un vecchio codice 74.10.xx da una guida non aggiornata;
- usare 74.11.20 per produzione o commercio senza verificare l’attività reale;
- applicare sempre il coefficiente 78% a qualsiasi ricavo del brand;
- considerare automatica la Gestione Separata o, al contrario, la Gestione Artigiani;
- ignorare una seconda attività abituale perché rivolta agli stessi clienti.
Guide collegate
Dopo aver verificato il codice, puoi approfondire come aprire la Partita IVA come Fashion Designer, il regime forfettario per Fashion Designer, il calcolo di tasse e contributi e la gestione con un commercialista per Fashion Designer.
Domande frequenti
Qual è il codice ATECO del fashion designer?
Per l’attività professionale di progettazione di moda il riferimento ATECO 2025 è 74.11.20.
Il vecchio 74.10.xx è ancora corretto?
Per una nuova classificazione nel 2026 va usata ATECO 2025. I vecchi codici possono comparire in documenti storici, ma non vanno ripresi automaticamente.
Se produco anche i capi basta 74.11.20?
Non necessariamente. La produzione è un’attività distinta dal puro design e va classificata in base a ciò che viene realmente svolto.
Se vendo la mia collezione posso usare sempre il coefficiente 78%?
No. Il 78% è il riferimento per il profilo professionale di progettazione considerato; la vendita abituale di prodotti va trattata secondo l’attività commerciale effettiva.
Il codice 74.11.20 vale anche per disegnare calzature e gioielli?
Sì, ISTAT comprende il design di moda relativo anche a calzature, gioielli, accessori e arredi di moda. Conta che il lavoro venduto sia progettazione: fabbricazione o rivendita abituale richiedono una verifica distinta.
Un fashion stylist deve usare necessariamente il 74.11.20?
No. Se l’incarico consiste soltanto nella selezione e nel coordinamento di capi esistenti o nella consulenza d’immagine, la prestazione è diversa dall’ideazione di nuovi prodotti di moda e il codice va verificato.
In sintesi
Il fashion designer che svolge principalmente attività di progettazione di moda utilizza come riferimento ATECO 74.11.20. La verifica diventa indispensabile quando al design si aggiungono sartoria, produzione, styling, vendita, e-commerce o royalties, perché codice, coefficiente e previdenza possono cambiare in base all’attività reale.
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Caterina
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